Giustizia e libertà

da | Apr 27, 2024 | Articoli

O riconosciamo che la prima ricomprende la seconda, o siamo perduti.

Siamo sopraffatti da un uso perverso e strumentale delle parole, una su tutte: libertà. Parola che veicola il significato più alto che ci sia, perché per essa diventa persin bello e nobile morire. Peccato sia la parola più usata da pubblicitari e politici di tutto il mondo e di ogni colore. E già questo dovrebbe farci riflettere.

Le parole importanti si conservano per i momenti importanti: usate come un mantra incessante e in ogni contesto, si sviliscono, si banalizzano, perdono senso. Dire ti amo a una persona significa esprimere un sentimento profondo e coinvolgente, ma ripeterlo ogni minuto può diventare, per chi se lo sente dire, angosciante, vessatorio, persino minatorio.

Le parole importanti vanno usate con parsimonia, mentre vanno praticate a profusione, quindi protette e difese, ad ogni costo. Due parole come libertà e amore vanno difese ad oltranza, contro ogni tentativo d’uso improprio, ricordandoci sempre che l’uso proprio delle due parole è un uso altruistico, non egoistico.

Riusciamo a capirlo meglio solo se facciamo entrare in gioco un’altra parola, di grandezza e nobiltà pari alle altre due: giustizia. Termine che nulla c’entra col tintinnio delle manette, bensì con l’intrinseca natura dell’Uomo: mammifero che nasce, come altri, inerme, ovvero incapace di sopravvivere senza l’ausilio di un altro, un qualsiasi altro, individuo della propria specie.

E allora cominciamo col gridare a voce ferma che la giustizia è un valore più alto della libertà, per il semplice fatto che la comprende. Non a caso in tutte le religioni la virtù umana di riferimento è la rettitudine propria dell’uomo giusto, di colui cioè che sa dominare la propria voglia di libertà per rispettare quella degli altri.

Giustizia è termine inclusivo (per essere davvero tale deve inglobare in essa la libertà) a valenza collettiva e altruistica, libertà invece individuale ed egoistica: dovremmo saperlo, la libertà o è per tutti o non è libertà.

Ce la ricorda mirabilmente Simon Weil col formidabile incipit di La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano (1949).

«La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è relativa e subordinata. Un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde; l’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa … Non ha senso dire che gli uomini abbiano dei diritti e dei doveri a quelli corrispondenti. Queste parole esprimono solo differenti punti di vista … Un uomo, considerato di per se stesso, ha solo dei doveri, fra i quali si trovano certi doveri verso se stesso. Gli altri, considerati dal suo punto di vista, hanno solo dei diritti. A sua volta egli ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono degli obblighi verso di lui. Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto, ma avrebbe degli obblighi»,  se non altro verso sé stesso e l’universo a cui egli appartiene.

Questa straordinaria visione supera l’ama il prossimo tuo come te stesso, perché non esiste un te stesso, esiste solo l’obbligo tuo di rispettare l’altro e degli altri di rispettare te: è un cambio di prospettiva radicale, rivoluzionario e profondamente laico, perché annulla i distinguo (compresi i noi/loro di ogni religione) e mette tutti sullo stesso piano.

Reclamare giustizia non significa chiedere rivalsa o vendetta, significa chiedere equità e pari opportunità, non solo tra generi, ma tra chi ha e chi non ha, e bandire ogni forma di colonialismo, prevaricazione, violenza e scandalosa disuguaglianza. La questione non sta nel vecchio assioma che indicava nella proprietà privata un furto, ma sta nel furto di proprietà privata – e di risorse naturali, di beni comuni, del diritto a un futuro … – perpetrato da un manipolo sempre più ristretto d’individui e famiglie ai danni dell’umanità intera.

Per difendere un concetto malato e utilitaristico di libertà, dietro cui si maschera il perpetuare di privilegi inaccettabili, ci stanno conducendo al massacro e verso la catastrofe di un conflitto globale.

Urge un movimento di popolo che restituisca il senso originario alla parola giustizia e delle forze politiche che ne facciano il fulcro del proprio agire quotidiano. Se non ora, quando?

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