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Domande ai futuri amministratori regionali

da | Feb 26, 2024 | Articoli

In vista delle prossime elezioni regionali e prima che inizi la bagarre finale di puro marketing elettorale, abbiamo inviato alle testate giornalistiche operanti in Piemonte, ai Gruppi consiliari regionali e ai partiti politici piemontesi alcune domande che ci stanno particolarmente a cuore.

Domande ne avremmo avute una miriade di altre, ma ci siamo dovuti contenere nei
limiti degli spazi “giornalistici”, ahinoi sempre più ridotti a tweet e sempre meno propensi agli approfondimenti.
Abbiamo quindi incentrato le nostre domande sul tema a noi più caro, il bene dei territori e delle comunità, perché a noi pare che le politiche regionali degli ultimi decenni si siamo rivelate sempre più accentratrici ed urbano-centriche ed abbiano prodotto una marginalità crescente di aree sempre più vaste della nostra Regione.
Il nostro intento è quello di aprire un dibattito pubblico sulle logiche che sottendono alle decisioni politiche che più incidono sulla qualità della nostra vita quotidiana.

Vi terremo aggiornati.

Di seguito riportiamo il testo integrale del documento inviato.

Alcune domande ai futuri amministratori regionali.

Le Regioni sono, unitamente ai Comuni, gli unici enti di territorio a rappresentanza popolare, con organi di governo costituiti attraverso regolari elezioni, e gestiscono somme ingenti in settori essenziali per la nostra vita quotidiana (sanità, formazione, sviluppo economico), nonché buona parte dei fondi europei.

Abbiamo usato nella frase precedente una locuzione, rappresentanza popolare, che già porta con sé le prime domande. Esiste ancora, in sistemi elettorali che privilegiano la governabilità alla rappresentatività, una vera rappresentanza popolare? Ci siamo scordati che la democrazia esiste solo se tutte le minoranze hanno voce e rappresentanza reale?

Non sono queste però le domande che qui ci interessano. Qui ci interessa entrare nel merito di talune competenze proprie delle Regioni e quindi di diretta responsabilità dei decisori regionali, ai quali spetta non solo gestire l’esistente, ma progettare il futuro della propria Regione.

Cominciamo.

Qual è la logica che induce – oggi, con gli incredibili strumenti di interazione da remoto che abbiamo – a costruire grattacieli in cui concentrare tutto il personale regionale?

Oppure a realizzare “città della salute” o “cittadelle universitarie”?

La storia industriale del nostro paese non dovrebbe averci dimostrato che il modello della “grande fabbrica” s’è rivelato fallimentare, lasciando cattedrali nel deserto da riconvertire a spese della comunità?

Replicarlo oggi non pare antistorico ed autolesionistico?

Perché continuare a ragionare per grandi aree urbanisticamente dedicate – residenziali, commerciali, produttive anziché per piccole aree integrate diffuse su tutto il territorio? Com’è possibile non rendersi conto che questo modello obbliga ad una mobilità continua e crea sempre meno assi di sviluppo e sempre più periferie?

Perché si continua ad accentrare, anziché decentrare? Ma le Regioni non erano nate proprio dall’esigenza di decentramento e vicinanza ai cittadini? Come può essere vicino ai cittadini un Ente che si chiude in una torre d’avorio anziché distribuirsi in piccoli nuclei operativi sul territorio?

Come può essere vicino al cittadino se lo obbliga, per qualunque sua esigenza, a fare decine, se non centinaia, di chilometri?

Perché ci si lamenta della scarsissima natalità e poi si considera la gravidanza una malattia?

Perché i nascituri sono obbligati a venire al mondo in pochi selezionati ospedali nei soli centri urbani più grandi? Perché la stessa logica accentratrice è stata traferita ai pronto soccorso?

Ma la pandemia (ammesso che la si possa ancora nominare) non ha dimostrato che le Regioni in cui esisteva ancora sanità di prossimità hanno reagito meglio ed avuto meno morti?

Cos’è che impedisce di seguire un modello di sanità diffusa fatta di ambulatori territoriali, che, con una decina di persone a diversa specializzazione, consentirebbero di nascere sui territori e di dare un primo soccorso a tutti i codici verdi e gialli?

Come si concilia la sostenibilità ambientale con la mobilità parossistica a cui le scelte accentratrici di cui sopra obbligano? Come si conciliano tali scelte con la necessità di non abbandonare ad una marginalità senza futuro territori sempre più vasti, anche urbani, delle nostre regioni?

Le domande sono come le ciliegie, una tira l’altra, ma la temperanza è una virtù e noi ci fermiamo qui.

Esse sono rivolte a tutti i candidati alle prossime elezioni regionali e chiediamo ai media di farle proprie, darne visibilità e magari aggiungerne altre, perché le risposte vanno date non a noi, ma a tutti gli elettori.

Per quel che ci riguarda siamo aperti a tutte le risposte, meno una, la più gettonata: non abbiamo le risorse. Non la accettiamo per il semplice motivo che le Regioni sono dotate di portafoglio, per cui i loro amministratori hanno soltanto due compiti: scegliere come spendere i soldi che ci sono e cercare di trovarne altri attraverso una progettualità intelligente e lungimirante

 

 

Foto di Gianni Careddu, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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