Cosa avremmo fatto, noi, al posto loro?

da | Ott 16, 2023 | Articoli

Basterebbe davvero poco per risolvere una miriade di problemi a tutti i livelli, dalla geopolitica alla quotidianità: mettersi nei panni degli altri e domandarsi “cosa avremmo fatto, noi, al posto loro?”.

Prima di giudicare qualcuno, cammina per tre lune nei suoi mocassini. Lo sapevano già gli amerindi, che la soluzione stava nell’infilarsi le scarpe degli altri ed accompagnarli per un bel po’ lungo il cammino. Purtroppo, per loro e per noi, quest’atavica saggezza è stata spazzata via dalle armi e dalla modernità. La stessa che ha creato da tempo un borsino della vita umana, dove l’unica cosa certa è che uno non vale uno.

Quanto spazio abbiamo dedicato, nella nostra stampa e nei nostri pensieri, alla tragedia di Derna, che ha causato più di 20.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati, roba che al confronto i 1.910 morti del Vajont paiono un’inezia? Zero o un numero che di molto gli s’avvicina. Del resto tra le vittime non c’erano statunitensi, inglesi, francesi, italiani … Ovviamente, non ci ha neppure sfiorati l’idea che il crollo delle dighe non fosse che il frutto, avvelenato e tardivo, delle decisioni geopolitiche dei nostri governi.

Del resto decenni di pensiero binario – vero/falso, giusto/sbagliato, buono/cattivo – e di cultura mercantile, basata sulla competitività ad ogni costo e sull’assioma che l’unica cosa che conta è vincere (che è perfettamente in linea con uno dei tanti binomi semplificatori, nello specifico vincitore/vinto) hanno ridotto a normalità il borsino di cui sopra e siccome ogni cosa ha un prezzo, come può la nostra vita non averne uno?

Ce lo ricordano continuamente le compagnie assicurative. Se un mio congiunto muore a causa d’un incidente, posso chiedere, al responsabile della sua morte, un risarcimento per danno patrimoniale da lucro cessante: termine giuridico terrificate, se osservato dal punto di vista degli affetti, illuminante, se visto nell’ottica della vita come pura merce e della morte come furto di tale merce. Il risarcimento sarà tanto più elevato quanto maggiore era il reddito garantito dal defunto, a dimostrazione del fatto che le vite hanno valori economici diversi e che, neppure da morti, diventiamo tutti uguali.

Se questo è il mondo che abbiamo orgogliosamente creato, almeno, cortesemente, evitiamo l’ipocrisia di menzionare i diritti umani e di professarci membri di quelle comunità religiose che dichiarano la sacralità e l’uguaglianza d’ogni vita umana.

Veniamo al casus belli più attuale.

La striscia di Gaza ha una superficie pari al doppio di quella del Comune di Torino ed ospita tutti gli abitanti della sua Città Metropolitana, più di due milioni di persone, con la differenza che a Gaza l’età media non arriva ai 18 anni, nel torinese sfiora i 48.

Ora, immaginiamo che, in un certo imprecisato momento, le superpotenze che decidono i destini del mondo – a cui ovviamente noi non apparteniamo – stabiliscano che il Piemonte debba andare ad un popolo che ha bisogno di un territorio in cui creare un proprio stato. A nessuno viene in mente che in Piemonte ci stavamo già noi e tutto viene lasciato nelle mani del nuovo popolo, il quale è molto diverso da noi, per cultura, religione, usi, costumi, abitudini. È molto più forte di noi, in termini di armamenti, tecnologia, economia, e ben presto ci confina dentro una sorta di città prigione.

Siccome l’orografia torinese è un po’ ondulata viene costruita una barriera invalicabile, che corre lungo l’asse sinistro del Po, risale a nord lungo la Stura e a sud lungo il Sangone e prosegue a semicerchio, congiungendo Borgaretto ad Altessano. Lì dentro dobbiamo viverci noi, con ciò che lì resta.

La Torino di prima l’acqua la prendeva dal Pian della Mussa, l’energia elettrica gli arrivava dalla centrale di Ceresole o da quella di Moncalieri ed il gas dai depositi di Settimo e Volpiano. Prima, perché adesso tutto questo sta dall’altra parte del muro.

Ci hanno detto che non ci faranno mancare nulla, a patto che stiamo tranquilli, accettiamo il nostro destino ed andiamo a far manovalanza per loro, passando attraverso i quattro varchi super presidiati che ci collegano con l’esterno.

Una delle prime cose che abbiamo fatto – siamo o non siamo figli di Pietro Micca? – è stato metterci a scavare per creare una città sotto la città e cercare qualche strada alternativa per uscire dal ghetto. Certo che, sempre vita da topi è.

A Gaza la prima barriera è stata costruita nel 1996 e la versione ultima, dopo che la seconda intifada ne aveva distrutto una parte, edificata tra il 2000 e il 2001. I ventenni di oggi sempre e solo quella barriera hanno visto nella loro vita e quindi che tipo di futuro pensate possano immaginarsi?

Come pensate che possano crescere e vivere lì dentro i bambini e i ragazzi? Come pensate che non possano odiare l’omologa gioventù che, appena oltre quel muro, vedono – perché gli iphone e i social arrivano anche lì – condurre una vita diametralmente opposta alla loro? Come pensate che non possano incolparli per la loro misera condizione?

E se sono un ventenne israeliano come posso condurre tranquillamente la mia vita sapendo che, ad un chilometro da casa mia, dietro quelle barriere, vivono dei miei coetanei, che avrebbero come me il diritto di divertirsi e di progettare un futuro? E se sono un vecchio israeliano, che ha vissuto le persecuzioni razziali e la resistenza al nazifascismo, come posso non inorridire di fronte ad un termine come rappresaglia? E se ho vissuto in qualche ghetto come posso sopportare l’idea che si risponda all’offesa chiudendo i rubinetti dell’acqua, dell’energia elettrica e del gas a due milioni di persone in gran parte bambini? Come posso?

Purtroppo i prossimi mesi ci diranno qual è l’ultima quotazione dei palestinesi al borsino della vita umana, ovvero quanti ne devono morire prima che cessi la rappresaglia e che qualcuno decida che la risposta militare è stata sufficientemente proporzionata al danno subito. E allora sapremo se dieci per uno sono stati sufficienti.

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