La Logica del Grattacielo

da | Gen 20, 2023 | Angolo dei perché

Il Presidente della Regione Piemonte ha appena occupato il suo ufficio al quarantesimo piano del nuovo  Grattacielo, sopraelevandosi di quasi duecento metri rispetto ai suoi comuni corregionali.

In questa sede non ci interessa tanto soffermarci sul fatto che ci siano voluti ben undici anni per costruirlo, né domandarci quanto sia costato ai contribuenti, la domanda che ci preme porre al Presidente attuale e a tutti i suoi predecessori di vario colore politico, che di quest’opera sono corresponsabili, è un’altra.

Qual è la logica che induce, oggi, a concentrare 2.000 dipendenti in un unico stabile? A quale strategia risponde? Da quale pensiero illuminato discende?

A noi pare discenda da una logica che dovrebbe essere ampiamente superata dalla storia e che invece, ahimè, pare più attuale che mai.

Del resto il grattacielo cos’altro è, se non la coniugazione moderna di ciò che furono le cattedrali ed i castelli delle epoche andate: una rappresentazione della magnificenza del potere ed una raffigurazione plastica della distanza, incolmabile, tra i dominus ed il popolo, e della vicinanza dei primi alla divinità e dei secondi agli inferi.

Dal punto di vista economico è la logica del grande è meglio, che discende dall’applicazione senza limiti del concetto di economia di scala (salvo poi accorgersi – la vicenda Fiat, FCA, Stellantis, insegna – che non si è mai grandi abbastanza), dell’urbanesimo come unico paradigma, del grattacielo come indispensabile simbolo appunto di modernità.

Eppure dovremmo sapere, i torinesi più di tutti, che il gigantismo delle grandi fabbriche è un modello che l’industria ha già superato da decenni, lasciando sul groppone delle comunità immense aree dismesse.

Ed allora per quale motivo concentriamo migliaia di dipendenti regionali in un grattacielo, anziché distribuirli sul territorio? Per quale motivo continuiamo a costruire città della salute o cittadelle universitarie? Perché continuiamo a ragionare per grandi aree urbanisticamente dedicate – residenziali, commerciali, produttive – anziché per piccole aree integrate?

Dovremmo fare esattamente il contrario, soprattutto perché oggi possiamo contare su tecnologie che annullano le distanze, che rendono possibile lavorare insieme ed in tempo reale, come pure comandare una macchina, rimanendo a chilometri di distanza. E sappiamo che dobbiamo ridurre il più possibile l’impatto ambientale delle nostre attività.

Dovremmo decentrare, anziché ulteriormente accentrare, per riappropriarci e ripopolare – soprattutto di attività produttive, le uniche che creano ricchezza e stabilizzano la residenzialità – i tantissimi territori oggi marginali – attenzione, perché stanno diventando marginali anche taluni centri storici e aree urbane sempre più vaste – per farli rivivere, e anche per ridurre gli impatti ambientali prodotti da una mobilità incessante e vertiginosa e per ridistribuire reddito in aree che faticano a crearne.

Dovrebbe capirlo chiunque, che duemila dipendenti pubblici provenienti da ogni dove, rinchiusi in un grattacielo, senza per altro che siano chiari i benefici di tale concentrazione, significano duemila veicoli che ogni giorno percorrono decine di chilometri e, in ogni caso, duemila individui che spendono ore della loro vita nel tragitto casa lavoro.

Proviamo ad immaginare invece gli enormi benefici – in termini di impatti ambientali, di qualità della vita dei lavoratori, di presidio diffuso dei territori – se quegli stessi duemila dipendenti li dislocassimo, secondo una logica di vicinanza alle loro abitazioni, in trenta sedi territoriali distribuite nell’intera regione. Per molti territori una sessantina di stipendi, che potrebbero significare più d’un centinaio di residenti in più, sarebbero una risorsa incredibile, capace di trasformarsi in un impensabile volano di sviluppo.

Non pare così difficile, eppure …

Come si concilia poi questa accentratrice logica del grattacielo con la richiesta delle Regioni di ulteriore decentramento da parte dello Stato? come si concilia con l’esigenza di ridurre gli impatti ambientali dell’attività antropica? come si concilia con la necessità di non abbandonare a una marginalità senza futuro territori, , sempre più vasti ed anche urbani, del nostro paese?

La questione è che si continua a seguire pedissequamente i dogmi d’un modello ormai palesemente alla frutta e lo si fa pure in modo frammentario, senza alcuna capacità – e forse neppure volontà – di ragionare in termini sistemici e strategici.

Gli organismi pubblici dovrebbero essere i primi a dare l’esempio, a fare del decentramento territoriale una strategia sistemica, a mettere nel conto economico i suoi innegabili benefici eco-sistemici e sociali. Invece, si continua a giustificare il grattacielo, mettendo in conto soltanto i trenta affitti risparmiati, per altro tacendo sui costi per edificarlo e mantenerlo.

E così ragionando si applica la medesima logica alla creazione d’una gigantesca Città della Salute, del tutto incuranti di una delle lezioni che la pandemia ci ha lasciato, ovvero che laddove ancora esistevano servizi territoriali diffusi e più vicini al cittadino si sono salvate più vite.

Siamo sicuri che il Presidente della Regione Piemonte e, come sarebbe auspicabile, anche qualcuno dei suoi predecessori, vorranno confutare tutti i nostri dubbi e sapranno svelarci la logica del grattacielo ed i benefici che esso sicuramente porterà ai cittadini e alla città.

N.B. A breve trasformeremo questo articolo in una Lettera aperta al Presidente della Regione Piemonte.

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