La nostra più intima e profonda essenza

da | Gen 26, 2023 | Articoli

Viviamo in una società che incessantemente ci bombarda di stimoli e di informazioni, facendoci vivere in uno stato di perenne sovraeccitazione, soverchiati dalla paura di perdere la connessione e con essa l’occasione.

Ci arrabattiamo in un sistema che propone continuamente modelli artificiali ed irraggiungibili, tutti improntati sul successo individuale da raggiungere ad ogni costo, pervasi costantemente dal senso di inadeguatezza e d’irrilevanza. Ovvero viviamo in un sistema che violenta continuamente la nostra più intima essenza, convincendoci a tradirla per seguire un modello di uomo e di umanità totalmente avulso dalla realtà, dimentico del fatto che noi siamo creature dalla Natura e che la nostra stessa essenza organica alle Sue leggi inevitabilmente risponde.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza e a ricordare, innanzitutto a noi stessi, qual è la nostra più intima e profonda essenza, ossia com’è fatto il nostro organismo di esseri appartenenti ad una delle tante specie animali che popolano la Terra e come ciò influenzi il nostro pensare e il nostro sentire.

Noi siamo costituiti principalmente di acqua e dall’acqua abbiamo ereditato una sua caratteristica precipua, la tensione superficiale, ovvero quella forza fisica naturale che induce le molecole d’acqua a legarsi tra loro per formare una goccia e ad aderire alla superficie che le accoglie.

Pur ammettendo che quest’eredità possa apparire come il frutto più d’una suggestione immaginifica che d’una realtà scientificamente dimostrata, resta il dato incontrovertibile che tutti noi abbiamo un bisogno fisico di interagire coi nostri simili e la tendenza naturale a legarci affettivamente all’ambiente in cui abitiamo. Ecco perché è tutt’altro che azzardato definirci semplici molecole d’acqua in cammino.

Nel regno animale noi apparteniamo a quel folto gruppo di specie i cui individui nascono totalmente inermi ed incapaci a sopravvivere da soli. Abbiamo bisogno di trovare alla nascita un adulto della nostra specie che ci nutra, ci accudisca, ci riscaldi, ed abbiamo bisogno di molto tempo prima di acquisire un’autonomia che ci consenta di soddisfare da soli le nostre esigenze primarie.

Questo imprinting ci segna indelebilmente e definisce una verità assoluta, una delle poche: noi abbiamo bisogno degli altri per poter vivere, punto.

Non solo, ne abbiamo bisogno per tutta la vita e soprattutto abbiamo bisogno di tutti, proprio di tutti, indistintamente. Per un motivo molto semplice da capire: così come le mani che ci hanno accolto all’uscita dal grembo materno quasi sempre appartenevano ad un individuo sconosciuto alla nostra famiglia – un’ostetrica che era di turno in quel momento – anche le mani che ci cureranno in un ospedale o ci soccorreranno in un incidente o ci daranno conforto nell’ultimo istante della nostra vita è molto probabile che appartengano a perfetti sconosciuti. L’unica cosa certa è che noi, comunque, ad esse in quei frangenti ci aggrapperemo, con tutte le nostre forze residue, senza curarci di che colore, etnia, partito o religione siano, semplicemente ringraziandone l’esistenza.

Dovrebbe bastare questa incontrovertibile verità per indurci a riconsiderare – non solo in termini filosofici ed esistenziali, ma anche molto pratici e persino egoistici – l’assioma cardine della nostra indole italica, scolpito in un sonetto da Giuseppe Gioachino Belli nel 1832 e reso immortale da Alberto Sordi nel suo Marchese del Grillo: Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo. Perché se per caso le mani di cui sopra appartenessero ad individui che fanno di tale principio uno stile di vita, saremmo irrimediabilmente fottuti e condannati ad una fine misera, rapida ed in solitudine.

È evidente quindi che, anche solo per mero opportunismo, non ci conviene fare troppo gli schizzinosi!

Questa semplice constatazione dovrebbe di conseguenza rendere a tutti inconcepibili l’individualismo, il razzismo, il suprematismo, il colonialismo, il servaggio, la schiavitù, la competizione selvaggia, il conflitto permanente e via elencando.

Occorre fare nostre queste evidenze e rinforzarle con un costante lavoro di autoconsapevolezza, a livello individuale, e di formazione alla consapevolezza, a livello sociale.

La consapevolezza deve partire dalla conoscenza del nostro essere e del nostro esistere, come ci ricordano Daniel Lumera e Immaculata de Vivo in La lezione della farfalla, Mondadori 2021.

«Ci siamo allontanati tanto dall’armonia naturale per il semplice fatto che siamo lontani da noi stessi. L’essere umano vive e costruisce la propria esistenza su un’illusione percettiva: l’idea di essere individui separati. … 

Proviamo ad accogliere un assunto rivoluzionario: questa idea di separazione è priva di fondamento, a partire dalle sue basi biologiche. Un mero costrutto della mente umana che, in questa fase evolutiva, sta mettendo a repentaglio la nostra salute e le possibilità di sopravvivenza del pianeta.

L’idea di essere “separati” è infatti il seme di ogni conflitto.

Iniziamo dai fondamenti biologici. … La scienza ci spiega che oltre metà del nostro corpo non è “nostro“, considerando che le cosiddette “cellule umane” contano solo per il 43% del totale delle cellule presenti. Il resto è costituito da microscopici ospiti, anche se chiamarli ospiti è improprio visto che in realtà siamo noi a essere “ospiti di minoranza“… Questa è la prima ragione per cui dovremmo sforzarci di superare l’idea illusoria di un “io separato” e iniziare a ragionare in termini di “noi corpo“, rivolgendoci a noi stessi con la prima persona plurale. …

Così come non è valida la tesi di un’identità biologica a sé stante, perché siamo di fatto una colonia di organismi che cooperano, lo stesso vale per il macrorganismo di questo pianeta. Pensare attraverso la prima persona plurale, il “noi“, conviene: il processo di selezione naturale suggerisce in tanti modi questa via evolutiva.

Conviene perché rende più esplicito e operativo il principio di reciprocità. La vita è relazione. Conviene in termini di strategia di sopravvivenza perché il “noi” è senza ombra di dubbio più adatto e forte rispetto all'”io“. Basti pensare all’evoluzione degli organismi unicellulari, rispetto alla complessità della specializzazione degli organismi composti da trilioni di cellule cooperanti. Conviene perché riconosce nella diversità una ricchezza che non mina il senso di individualità … l'”io” esiste e sussiste solo grazie al “noi».

L’ulteriore consapevolezza che ne deriva è che non possono, né devono, continuare ad esistere un voi e un loro, per il semplice fatto che il noi non è un io collettivo, è tutta un’altra cosa: è il superamento definitivo dell’io. Non solo: è il superamento definitivo di tutti gli altri pronomi personali diversi dal noi.

Foto di John Hain da Pixabay

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